L’ industria dei sondaggi à la carte

Su Repubblica Vittorio Zucconi pone l’attenzione sulla degenerazione dell’industria dei sondaggi. Anche nel nostro Paese bisognerebbe incominciare ad interrogarci sui tanti sondaggi farlocchi e sull’uso inutile di “osservatori e barometri” dove la chiave è sulle previsioni di voto invece che sulla comprensione dei bisogni e delle aspettative dei cittadini per arrivare ad una seria e approfondita conoscenza e segmentazione.

L’ industria dei sondaggi à la carte ecco le illusioni dei maghi dei numeri
Repubblica — 01 novembre 2008 pagina 14 sezione: POLITICA ESTERA

WASHINGTON – Un vago senso di vertigine, e qualche conato di nausea, assale chi tenta di seguire minuto per minuto gli ondivaghi sondaggi elettorali americani a 72 ore dal voto. Anche escludendo i risultati più stravaganti, come quelli confezionati dal network più sfacciatamente pro McCain, la Fox, che ha ridotto improvvisamente da nove a tre punti il suo distacco ovviamente per incoraggiare le truppe del vecchio senatore e della sua baby sitter o i più generosi con Obama come la Pew che gli attribuiscono un vantaggio incredibile di 15 punti, le tavole degli istituti di opinione sembrano progettati da architetti di ottovolanti, piuttosto che da ingegneri ferroviari. L’ industria dei sondaggi elettorali, che oggi conta almeno 70 istituti diversi in competizione e in contraddizione fra di loro, da centro diagnostico sembra essere divenuta un supermercato dove i clienti scelgono la marca preferita di detersivo o, peggio, una sartoria dove il cliente può farsi confezionare l’ abito su misura. Se il risultato di Cbs/NyTimes non piace, ci si può rivolgere all’ Ibd/Tipp, che nel 2004 avvicinò di più l’ esito reale e che scopre, tra lo sbigottimento degli Obamistas, che il suo vantaggio si è ridotto a un insignificante punto. Salvo poi confessare, di fronte alla incredulità dei concorrenti, che la Ibd/Tipp si era sbagliata di campione demografico, sottostimando alcune categorie di persone a vantaggio di altre. Qualcuno, ovviamente, sta prendendo colossali cantonate, che poi giustificherà a posteriori, come gli economisti e gli analisti finanziari di fronte ai disastri che non avevano visto arrivare. Al contrario, secondo la legge dello scoiattolo cieco che ogni tanto trova una ghianda, qualcuno di questi sondaggi avrà centrato la previsione e per alcuni anni vivrà di rendita. Nel del 1987, un’ analista di Borsa, Elaine Garzarelli, fu la sola e prevedere il crack di Wall Street e per mesi fu venerata. Non ne azzeccò poi più una è scomparsa anche lei nel cimitero degli scoiattoli ciechi. La colpa, tuttavia, è nostra. Il culto del sondaggio è più una funzione di chi li guarda, che il risultato di errori di chi li conduce. Nella furia di «cicli di notizie» che, fra tv satellitari, internet, blog, consuma e sputa tutto più volte ogni ora, e nella solita illusione umana di poter vedere un futuro che non esiste ancora e dunque nessuno può conoscere, si confondono ipotesi con realtà, intenzioni con fatti. I sondaggisti fanno poco per spiegare ai cultisti quali siano le ragioni che producono esiti tanto diversi, ottenuti con tecniche di campionature diverse, se non – purtroppo avviene anche questo – massaggiati per fare uscire il risultato voluto dal cliente. C’ è chi fa chiamare da computer con domande registrate e chi sollecita risposte volontarie da un campione fisso, sempre tutti nascosti dietro la magia del “margine di errore” che inghiotte ogni sballo. L’ istituto che propone i risultati migliori per McCain chiama soltanto numeri telefonici fissi, escludendo i cellulari che i giovani usano di più. Quello che regala un vantaggio più forte a Obama, calibra i contatti secondo le iscrizioni alle liste elettorali che vedono i democratici in maggioranza. La Gallup usa tre modelli diversi, fra elettori registrati, elettori che intendono votare ed elettori che hanno votato in passato, sfornando risultati diversissimi, dunque proponendoci, pirandelliamente, il «così è se vi pare». Anche i “sondaggi dei sondaggi”, che tentano di comportarsi come i giudici olimpici del pattinaggio artistico ignorando le cifre più estreme, devono comunque dipendere dai numeri di altri per le loro media. E se la minestra è fatta con ingredienti cattivi, il mescolarli insieme nella pentola non renderà la minestra buona. Lasciando noi consumatori, vittime del nostro “culto del sondaggio” con la nausea. E poi la fame di altri sondaggi. – VITTORIO ZUCCON

Una risposta a "L’ industria dei sondaggi à la carte"

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  1. la sondomania di questi ultimi tempi (anche nella realtà italiana, non solo usa) è sicuramente un’esagerazione. ciò che più è triste è che da strumenti nati per indagare la società i sondaggi si sono trasformati in strumenti di business per chi li conduce. ma ha ragione zucconi nel sostenere che la colpa è dell’elettorato, un elettorato che non si appassiona alla politica se questa non è decritta con i termini dell’horse race, della competizione sportiva più sfrenata. penso ormai da tempo che i sondaggi partigiani e faziosi, condotti su campioni pensati ad hoc per favorire una parte piuttosto che l’altra, e la guerra dei sondaggi che ne consegue siano un male necessario per non allontanare del tutto l’elettorato medio dalla politica. una politica filtrata dai media con veste sportiva è forse veramente l’unica soluzione per interessare (almeno un po’) l’elettore tipo.

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