Il candidato è il messaggio

Da McLuhan a oggi: tre passaggi di una stessa intuizione, e perché l’ultimo cambia il mestiere di chi fa comunicazione politica.

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Nel 1964 Marshall McLuhan scrisse che “il medium è il messaggio” — che il canale attraverso cui comunichiamo trasforma il contenuto stesso della comunicazione, indipendentemente da ciò che diciamo. Era una provocazione teorica, ma conteneva un’intuizione che la comunicazione politica avrebbe impiegato decenni a metabolizzare fino in fondo.

Nel 2006 ho proposto un’evoluzione di quell’idea: “il messaggio è il destinatario”. Il punto non è solo il canale che si usa, ma chi sta dall’altra parte. Le stesse parole, le stesse immagini, gli stessi simboli attivano reazioni emotive radicalmente diverse a seconda di chi li riceve — della sua storia, del suo contesto, delle sue paure e aspirazioni. Una volta pronunciate, come scriveva Frank Luntz, le parole non appartengono più a chi le ha dette: appartengono a chi le ascolta, e ciascuno le riempie del proprio significato.

L’esempio che uso più spesso per spiegarlo è la parola change nelle presidenziali americane del 2008. Per l’elettorato democratico significava una rottura netta con le politiche di George W. Bush, una promessa rivolta al futuro. Per molti elettori repubblicani la stessa identica parola evocava qualcosa di completamente diverso: un ritorno ai “tempi d’oro” della presidenza Reagan, a un’America ottimista e dai valori solidi. Stessa parola, stessa campagna, due significati emotivi agli antipodi — perché il significato non risiede nel messaggio, ma in chi lo riceve e lo rielabora attraverso la propria esperienza.

Quell’intuizione resta valida oggi quanto lo era allora: costruire comunicazione efficace significa costruire messaggi diversi per pubblici diversi, esponendo gli stessi argomenti in modi che si adattino ai mondi emotivi di chi ascolta.

Ma negli ultimi anni si è aggiunto un livello ulteriore — e questo numero di Fast Politics nasce per parlarne.

Il terzo passaggio: il candidato è il messaggio

Se il medium trasforma il messaggio, e il destinatario lo riceve attraverso il proprio filtro emotivo, oggi c’è una variabile che precede entrambe e le attraversa: chi comunica. Il medium oggi non è la televisione, né i social media, né TikTok. Il medium — e il messaggio — è il candidato stesso.

Come siamo arrivati qui

Per decenni la comunicazione politica ha funzionato attraverso livelli di mediazione: il partito filtrava il messaggio, i media lo amplificavano o lo correggevano, i consulenti costruivano un’immagine che il candidato abitava con maggiore o minore convinzione. Il brand politico era qualcosa che si costruiva attorno a una persona, separabile da essa, gestibile dall’esterno.

Questa architettura si è sgretolata in modo irreversibile nell’arco di un decennio, per effetto combinato di tre dinamiche.

La prima è la crisi dei partiti come strutture di credenziali. In Italia come negli Stati Uniti, in Francia come in Spagna, i partiti tradizionali hanno perso la capacità di trasferire fiducia al candidato. L’investitura partitica non garantisce più voti — in molti contesti li sottrae. Il candidato deve costruire la propria legittimità in modo autonomo.

La seconda è la disintermediazione mediatica. I social hanno eliminato il filtro redazionale come passaggio obbligato. Un candidato può raggiungere milioni di persone senza passare da un giornalista, un conduttore, un direttore. Questo non significa che i media tradizionali non contino più — contano, ma non detengono più il monopolio dell’accesso al pubblico.

La terza, e più profonda, è il cambiamento nella natura della fiducia politica. I dati di lungo periodo mostrano un declino sistemico della fiducia nelle istituzioni, nei partiti, nelle ideologie. Ciò che resiste — e in alcuni contesti cresce — è la fiducia nelle persone. Non nel programma, non nel partito, non nell’ideologia: nel carattere percepito di chi ci chiede il voto.

Il brand non si costruisce più. Si autentica.

Per chi fa questo mestiere, la conseguenza pratica è radicale: il lavoro non è più costruire un brand attorno a un candidato. È autenticare ciò che il candidato è già — o dovrebbe essere.

La distinzione non è semantica. Il modello precedente partiva dall’esterno: si identificavano i messaggi vincenti, si costruiva un’immagine coerente con quei messaggi, si adattava il candidato alla comunicazione. Funzionava in un sistema ad alta mediazione, dove il pubblico riceveva versioni filtrate e confezionate dei politici.

Nel sistema attuale, ad alta disintermediazione, il pubblico vede tutto. Vede il candidato in diretta Instagram alle undici di sera. Vede la conferenza stampa improvvisata, l’intervista ostile, la risposta a una domanda scomoda in un mercato rionale. Vede — e soprattutto percepisce — la distanza tra la persona reale e il personaggio costruito.

Quella distanza è letale. Non perché il pubblico sia più sofisticato di prima — non è necessariamente così. Ma perché ha più punti di osservazione. E sa riconoscere l’incoerenza, anche quando non la sa nominare.

Cosa cambia per il consulente

Se il candidato è il messaggio, il lavoro strategico si sposta a monte. Non si tratta più di confezionare comunicazione — si tratta di lavorare sull’identità, sulla coerenza, sulla capacità del candidato di abitare pienamente ciò che dice di essere.

In pratica questo significa tre cose.

La prima: il consulente deve entrare molto prima nel processo. Non quando la campagna è già impostata e si tratta di ottimizzare i messaggi, ma quando si decide se e come un candidato si presenta, su quali valori costruisce la propria narrativa, dove sono i punti di attrito tra chi è e come vuole essere percepito.

La seconda: la coerenza tra i canali non è più un problema tecnico di coordinamento comunicativo — è un problema di sostanza. Se il candidato dice una cosa in televisione e un’altra su TikTok, non è un errore di gestione dei messaggi: è un segnale di incoerenza identitaria che il pubblico legge e interpreta.

La terza: il silenzio è una scelta comunicativa come le altre, e va trattato come tale. In un ambiente ad alta disintermediazione, non comunicare non significa non essere visti — significa lasciare che altri riempiano lo spazio narrativo al tuo posto.

Il paradosso del candidato autentico

C’è una tensione irrisolvibile al centro di questo modello, che vale la pena nominare esplicitamente.

Se il candidato è il messaggio, e il messaggio deve essere autentico, qual è il ruolo del consulente? Aiutare qualcuno a essere più se stesso è un lavoro legittimo — o è una contraddizione in termini?

Un riferimento storico aiuta a sgombrare il campo da un equivoco. Ronald Reagan veniva descritto dalla stampa dell’epoca come “il grande comunicatore” — un’etichetta che suonava come un complimento alla sua spontaneità naturale davanti alle telecamere. In realtà Reagan arrivava alla politica dopo una carriera intera nel cinema e nella televisione: aveva passato decenni ad allenare esattamente quella capacità. La sua “naturalezza” non era l’assenza di lavoro. Era il prodotto più riuscito del lavoro — al punto da risultare invisibile.

La risposta che ho maturato in trent’anni di lavoro su questo è che l’autenticità politica non è un dato di natura: è una competenza. La capacità di comunicare in modo coerente con la propria identità, sotto pressione, in contesti ostili, con tempi compressi, davanti a pubblici diversi — non è spontanea. Si costruisce, si allena, si mantiene.

Il candidato che appare “naturale” in pubblico ha quasi sempre lavorato duramente per esserlo. L’autenticità percepita è il risultato di un processo, non la sua assenza.

Il lavoro del consulente, in questo quadro, non è sparire — è cambiare natura. Da architetto del messaggio a allenatore dell’identità.

Tre passaggi, sessant’anni di pensiero sulla comunicazione: dal medium, al destinatario, al candidato stesso. Ognuno toglie un livello di mediazione. Ognuno rende il lavoro di chi fa questo mestiere più esposto, e più necessario.

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